ARTURO BURATO

(Montebello Vicentino 17 Ottobre 1898 – S. Bonifacio 25 Ottobre 1967)

IMPRENDITORE AGRICOLO – POLITICO – PUBBLICO AMMINISTRATORE

A cinque anni si trasferì con la famiglia a San Bonifacio perché il padre Giovanni aveva sottoscritto un contratto di mezzadria per la conduzione di terreni in località “Motta”. La famiglia, profondamente legata all’attività rurale, gli permise di studiare conseguendo la licenza elementare; poi, anch’egli dovette contribuire all’economia familiare come contadino. Gli svaghi dell’epoca, legati alla parrocchia lo portarono a partecipare alle attività della compagnia teatrale filodrammatica locale, esperienza per lui molto utile perché contribuì a coltivare la capacità comunicativa. Divenne, infatti un buon oratore, dote che si rivelò molto utile, più tardi nell’impegno politico.

Si arruolò volontario a 17 anni partecipando sul “Pasubio” alla prima guerra mondiale e meritando la medaglia al valore di bronzo. L’esperienza lo maturò politicamente, anche se il suo interesse fu rivolto in particolare alle istanze dei coltivatori diretti, portandolo nel 1922 a ricoprire la carica di segretario politico del Partito Popolare di San Bonifacio. Durante il ventennio fascista, non aderendo alle idee del regime, fu emarginato dall’attività politico ? amministrativa, rimase legato agli ambienti della cooperazione cattolica, si sposò con Teresa Carrarini (1928), si dedicò con impegno al lavoro agricolo e alla cura della sua grande famigli, si trasferì in Valfonda dove coltivò con il cugino i 122 campi di proprietà della famiglia Consolaro.

Verso la fine della seconda guerra mondiale aderì come rappresentante della Democrazia Cristiana al Comitato Nazionale di Liberazione, coordinò l’attività partigiana e diede ospitalità a soldati alleati e a disertori tedeschi in fuga. Quando le truppe d’occupazione tedesche abbandonarono il paese, il primo maggio 1945, fu proclamato sindaco di San Bonifacio dal Comitato Veneto di liberazione Nazionale. Alle successive elezioni amministrative del 1946 fu poi rieletto sindaco e resse l’amministrazione comunale fino al 1953, per cedere poi il posto a Giulio Colla. Il 2 Giugno 1946 fu eletto deputato nelle liste della Democrazia Cristiana all’Assemblea Costituente; riconfermato alle elezioni politiche del ’48, rimase in carica fino al 1953. Poi, anche per necessità di seguire direttamente la propria azienda agricola, dovette rinunciare agli impegni presso la capitale, che lo tenevano tropo tempo lontano da casa.

Localmente fu l’uomo politico di riferimento dell’immediato dopoguerra; ebe idee e mezzi per realizzare importanti opere pubbliche come la struttura urbana del paese, prevista dal Piano Regolatore Generale, la Cantina Sociale, il metanodotto, lo stadio, l’ampliamento dell’ospedale. Ottenne anche il potenziamento dei servizi ferroviari. Non cedette però alla vocazione industriale di San Bonifacio, quale occasione d’occupazione di larghe schiere di disoccupati, preferendo favorire e difendere l’attività primaria. Questa scelta lo portò in disaccordo con gli amici di partito, L. Trevisoi e G. Dalli Cani, che realizzarono l’area industriale sambonifacese mettendo in crisi la sua learership.

Negli anni sessanta si occupò soprattutto della gestione dell’ospedale, ricoprendone la carica di presidente; mantenne sempre, però, uno stretto legame con il mondo contadino, come presidente provinciale dell’Unione coltivatori diretti e del Consorzio Ortofrutticolo di Belfiore d’Adige.

Uno dei suoi migliori amici fu Renato Gozzi che laciò nella politica.

[Tratto da: Dizionario Biografico dei Veronesi. Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona. Verona 2006. Pagg. 173 – 174]. (G.C.).